
Li chiamo così: “i miei demoni”. Non perché creda davvero a qualcosa di oscuro o simbolico, ma perché rende bene l’idea di quelle voci interne che si attivano nei momenti meno opportuni e che, con una certa costanza, provano a mettere in discussione quello che faccio, quello che sono e soprattutto quello che valgo come musicista e come persona.
Non arrivano solo quando suono. Questo è il punto interessante. Arrivano prima delle prove, quando entro in un contesto e percepisco altri musicisti parlare tra loro. Arrivano quando apro i social e vedo colleghi o conoscenti raccontare traguardi raggiunti, concerti importanti, progetti che sembrano sempre un passo avanti rispetto al mio percorso. Arrivano anche nei momenti più banali, quando non sto facendo nulla di particolare, ma la mente decide comunque di mettersi in movimento.
E il contenuto è sempre simile: “non sei all’altezza”, “stai suonando peggio degli altri”, “guarda dove sono arrivati loro”, “tu sei fermo”, “non stai convincendo nessuno”. A volte è più diretto, altre volte più sottile, ma il senso resta quello. Un confronto continuo, quasi automatico, che trasforma ogni situazione in una valutazione implicita del proprio valore.
Col tempo ho capito che il punto non è la musica in sé. Non è realmente il suono, la performance o la tecnica. Il punto è il confronto. Queste voci si accendono soprattutto quando mi confronto con gli altri, o quando immagino di essere confrontato. È un meccanismo mentale abbastanza comune: il cervello prova a collocarci all’interno di una sorta di “classifica invisibile” per capire se siamo al sicuro, adeguati, riconosciuti. Il problema è che oggi questo sistema si attiva in modo continuo, perché siamo costantemente esposti ai risultati degli altri, ma quasi mai al loro percorso reale.
Quando vedo altri musicisti parlare tra loro e non so cosa si stiano dicendo, la mente tende a riempire il vuoto con interpretazioni negative. Quando leggo di successi altrui, il confronto diventa immediato e spesso distorto, perché mette fianco a fianco il risultato finale degli altri con il mio processo quotidiano, fatto di studio, dubbi, prove e fasi altalenanti. È un confronto che, per sua natura, non può essere equo.
La cosa più interessante però è quello che succede mentre suono. In quei momenti le voci non spariscono, ma cambiano forma. Non sono più legate agli altri, diventano interne. Commentano la performance in tempo reale, cercano errori, mettono in dubbio la fluidità, la precisione, la credibilità di quello che sto facendo. E qui si crea il vero rischio: se do troppo spazio a quel dialogo interno, perdo il centro dell’attenzione e con esso il groove.
Nel tempo ho imparato che il punto non è cercare di zittire queste voci o dimostrare che hanno torto. Più ci si entra in conflitto, più diventano presenti. Il meccanismo funziona al contrario: più le insegui sul loro terreno, più ti portano lontano dal gesto concreto, dal suono, dal tempo.
Una delle cose che ho trovato più utili è spostare deliberatamente il focus su elementi fisici e concreti del suono. Non discutere con il pensiero, ma tornare a un punto di ancoraggio reale: il tempo, il movimento, il suono di un elemento preciso della batteria. In questo senso, ho trovato interessante osservare anche approcci di altri musicisti, come nel caso di Jost Nickel, che descrive come, durante l’esecuzione, possa emergere la sensazione che qualcosa non stia andando perfettamente, ma invece di seguire quel flusso mentale, riporta l’attenzione su un elemento specifico del suono, come l’hi-hat o la struttura del groove. Non è una tecnica “mentale” nel senso astratto del termine, è una scelta di focus pratico: tornare al corpo invece che alla valutazione.
Questo cambia completamente la dinamica. Perché le voci non spariscono, ma perdono potere operativo. Restano sullo sfondo, mentre l’azione continua.
Con il tempo ho iniziato a vedere questi “demoni” in modo diverso. Non come qualcosa da eliminare, ma come un sistema interno che si attiva in modo eccessivo quando entra in gioco il confronto. Non sono la verità su di me, ma una reazione automatica a contesti percepiti come valutativi. A volte possono anche avere una funzione: segnalano che sto dando importanza a quello che faccio. Ma se prendono il controllo, finiscono per distorcere tutto.
La cosa che resta più importante, almeno per me, è questa: il fatto che quelle voci ci siano non determina il valore di quello che faccio. Determina solo il tipo di attenzione che devo imparare a gestire.
E nel momento in cui riesco a riportarmi al gesto, al suono e al presente, quelle voci smettono di essere un giudice e tornano a essere quello che sono davvero: rumore di fondo.
Una cosa che spesso racconto ai miei allievi
Non so se tutti i miei allievi vivano queste stesse sensazioni. Sarebbe sbagliato darlo per certo. Però nel tempo ho imparato a considerare una possibilità: che, in forme diverse, quasi tutti abbiano prima o poi a che fare con una voce interna critica mentre suonano.
Non serve chiamarla “demone”, e non è nemmeno importante darle un nome preciso. Quello che conta è il meccanismo.
Può comparire prima di suonare, come una forma di dubbio o di blocco. Può emergere mentre si suona, sotto forma di autocontrollo eccessivo. Oppure può arrivare dopo, nel momento in cui si inizia a giudicare quello che si è appena fatto. In tutti i casi, il risultato tende a essere simile: l’attenzione si sposta dal suono al giudizio.
E quando questo succede, qualcosa cambia quasi sempre anche a livello fisico. Il corpo si irrigidisce, il tempo interno diventa meno stabile, e si perde naturalezza nell’esecuzione. Non perché manchino le capacità tecniche, ma perché la mente smette di sostenere il gesto e inizia a valutarlo in tempo reale.
Per questo, durante le lezioni, cerco spesso di riportare il focus su elementi concreti. Il suono, il tempo, il movimento. Non perché il lato mentale non esista, ma perché nel momento in cui si suona, l’eccesso di analisi tende a interferire più che aiutare.
E una cosa che cerco di far passare è questa: non è necessario arrivare a “non avere dubbi” per suonare bene. Anzi, aspettare di sentirsi completamente sicuri è spesso un’illusione che blocca il progresso.
Piuttosto, il lavoro sta nell’imparare a suonare mentre quei dubbi sono presenti, senza lasciare che prendano il controllo dell’azione.
Alla fine, se devo mettere insieme tutto questo, non c’è una grande teoria da difendere né una battaglia da vincere contro questi “demoni”. C’è qualcosa di più semplice e più concreto: imparare a riconoscere cosa è reale e cosa è solo rumore interno, soprattutto mentre si suona.
Come musicista, lo vivo ogni volta che mi siedo alla batteria. Quelle voci possono presentarsi, anche quando meno te lo aspetti, ma non decidono il risultato. Il risultato lo decide il tempo, il suono, il gesto. Il resto è contorno, a volte utile come segnale, spesso solo ingombro.
Come insegnante, vedo la stessa dinamica negli allievi, anche se in forme diverse. E il punto non è “correggere le loro voci”, ma aiutarli a non farsi guidare da esse mentre stanno costruendo qualcosa. Perché il momento decisivo non è quando tutto è perfetto e sotto controllo, ma quando si riesce a continuare a suonare mentre dentro non tutto è stabile.
Se c’è un filo unico tra quello che faccio sul palco e quello che faccio in aula, è proprio questo: riportare sempre il centro dal giudizio al suono, dal pensiero al gesto, dall’idea di essere “giusti” alla realtà del suonare.
Non si tratta di eliminare le insicurezze. Si tratta di non consegnare loro la direzione.
E forse, alla fine, la differenza non è tra chi ha questi pensieri e chi non li ha. La differenza è tra chi si ferma ad ascoltarli… e chi, comunque, continua a suonare.
M° Leonardo D’Angelo

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