
Quando si studia la batteria, il primo pensiero non deve essere la velocità, la potenza o la complessità dei fill, ma il tempo: il counting vocale è lo strumento centrale per sviluppare un tempo interno preciso e garantire la corretta esecuzione di ogni groove e frase ritmica. Ogni colpo, ogni accento, ogni levare deve trovare il proprio posto in un tessuto invisibile che sostiene la musica come le fondamenta sostengono un edificio.
Quel tessuto invisibile si chiama counting vocale, e chi non lo padroneggia suona sempre un passo indietro, anche quando la tecnica è impeccabile e le mani scorrono con apparente facilità sul kit. Contare non significa semplicemente pronunciare numeri, ma attivare un linguaggio interno che connette mente, corpo e orecchio. È il primo gesto concettuale che un batterista dovrebbe compiere prima ancora di impugnare le bacchette: scandire quarti, ottavi, terzine e sedicesimi ad alta voce, sentendo la pulsazione attraversare il corpo in modo continuo e consapevole.
Non esistono scorciatoie, perché il counting è la lingua universale del tempo, un codice condiviso da ogni musicista che voglia padroneggiare il ritmo in modo stabile e affidabile. Il counting vocale non nasce come un’abitudine didattica moderna né come un esercizio “da batteristi”, ma come risposta a una necessità più profonda: rendere il tempo percepibile, nominabile e quindi controllabile. La musica è tempo organizzato; se il tempo non può essere nominato, resta un fenomeno intuitivo e fragile, affidato all’istinto più che alla consapevolezza.
Il counting è il dispositivo cognitivo che trasforma il tempo in qualcosa di misurabile dalla mente e gestibile dal corpo. Quando un batterista pronuncia “one, two, three, four”, non sta semplicemente contando, ma sta costruendo una griglia temporale interna, una mappa mentale che permette al cervello di collocare gli eventi sonori prima ancora che accadano. Questo è il punto chiave: il counting non serve a seguire il tempo dopo, ma a prevederlo prima.
Uno degli errori più diffusi, soprattutto tra batteristi autodidatti o con una lunga esperienza non sistematizzata, è credere che “contare dentro” sia sufficiente. In realtà il passaggio attraverso la voce è fondamentale, soprattutto nelle fasi di apprendimento e consolidamento, perché la voce costringe il cervello a fare chiarezza. Quando si parla non si può barare: o si sa esattamente dove ci si trova nella battuta, oppure la sillaba esce sbagliata. Contare a voce alta significa coinvolgere simultaneamente il sistema motorio del linguaggio, il sistema uditivo, i meccanismi temporali che organizzano le sequenze e il sistema motorio che governa mani e piedi.
Questa sovrapposizione non è un effetto collaterale, ma il motivo per cui il counting funziona. Si tratta di un compito multitasking altamente strutturato che obbliga il cervello a sincronizzare linguaggio, percezione e movimento in un’unica linea temporale coerente. Solo dopo che questa struttura è stata costruita in modo esplicito a voce alta, il counting può essere interiorizzato. Interiorizzarlo prima di averlo chiarito vocalmente è una scorciatoia che porta quasi sempre a un timing instabile, a un groove fragile e a difficoltà evidenti nelle suddivisioni più complesse.
Il counting vocale utilizza numeri e sillabe secondo una logica precisa: non è una convenzione arbitraria, ma una soluzione funzionale a un problema reale, cioè come verbalizzare suddivisioni sempre più fitte senza perdere chiarezza temporale. Nei quarti, “one, two, three, four” stabilisce i pilastri della battuta e fornisce un orientamento primario. Negli ottavi, l’introduzione di “and” tra un numero e l’altro crea immediatamente una divisione binaria chiara, distinguendo battere e levare in modo inequivocabile.
Con le terzine, “one trip-let” obbliga il cervello a uscire dalla sua naturale tendenza binaria e a percepire il tempo come suddiviso in tre parti uguali. Nei sedicesimi, il sistema “one e & a” rappresenta una delle soluzioni più efficienti mai sviluppate per verbalizzare suddivisioni rapide: sillabe brevi, distinte e ritmicamente bilanciate che permettono al cervello di agganciare ogni suono a un punto temporale preciso anche a velocità elevate.




A questo punto diventa evidente che il counting vocale non serve solo a stare a tempo, ma a costruire una rappresentazione mentale del flusso temporale. Ogni sillaba funziona come un’etichetta che permette alla mente di orientarsi nello spazio del tempo musicale. Quando un batterista suona senza counting, spesso reagisce al suono che produce o a quello degli altri strumenti; quando suona contando, anticipa. Sa dove cadrà il colpo prima di eseguirlo e questo cambia radicalmente il rapporto con il groove: non è più trascinato dal tempo, ma lo guida.
Esiste un mito duro a morire, secondo cui contare toglierebbe musicalità. In realtà accade l’opposto: il counting è ciò che rende possibile la libertà ritmica. Senza una griglia interna solida, ogni tentativo di libertà si trasforma in caos mascherato da espressione. I grandi batteristi non smettono di contare perché “sono oltre”, ma perché hanno completamente incorporato quella struttura, che resta sempre attiva anche quando non viene più pronunciata.
Pronunciare “one and two and three and four and” mentre mani e piedi si muovono sul kit non è un semplice esercizio tecnico, ma un compito di altissima complessità cognitiva, in cui ogni sillaba attiva reti uditive, motorie e associative del cervello, creando una struttura interna che anticipa, pianifica e controlla ogni colpo. La voce agisce come strumento di codifica temporale, rendendo il tempo tangibile e organizzabile.
Studi scientifici mostrano che pronunciare il ritmo mentre lo si esegue potenzia la sincronizzazione tra corteccia uditiva e motoria, migliorando la precisione nei pattern complessi e la capacità di predire il battito successivo. Suonare la batteria è un esercizio di indipendenza motoria estrema, in cui ogni arto svolge funzioni differenti spesso su piani ritmici diversi; senza una mappa interna chiara, tutto diventa reazione anziché controllo.
Il counting vocale fornisce una linea guida centrale: la voce diventa il riferimento stabile attorno a cui cervelletto, corteccia premotoria e aree motorie coordinano il movimento. Pronunciare a voce alta costringe anche la memoria ritmica ad essere costantemente attiva, integrando memoria a breve termine e memoria procedurale e trasformando lo studio della batteria in un vero laboratorio cognitivo.
Il counting consente così di passare da una percezione reattiva del tempo a una predizione attiva: ogni sillaba non indica solo quando colpire, ma come sentire il tempo, permettendo di affrontare poliritmie, fill complessi e pattern dispari con chiarezza e stabilità. Con la pratica, il counting viene progressivamente interiorizzato, passando dalla voce piena alla bassa voce fino a diventare una presenza silenziosa ma costante, una rete interna che guida i movimenti senza bisogno di essere pronunciata.
Il groove e la precisione nascono dall’aver trasformato ogni sillaba in un punto di riferimento motorio. Il counting vocale funziona come un metronomo interno evoluto, intrecciando ascolto, previsione e movimento, e permettendo al batterista di mantenere un timing affidabile senza reagire passivamente al suono prodotto.
In conclusione, il counting non è un esercizio accessorio né un’abitudine da principianti, ma una pratica centrale nello studio del ritmo: non serve tanto a costruire qualcosa di nuovo quanto a garantire la corretta esecuzione di ciò che già si sta suonando, sviluppando un tempo interno solido e indipendente che rende ogni colpo consapevole, stabile e intenzionale. Quando il tempo viene interiorizzato e non semplicemente seguito, la musica respira meglio e il batterista smette di inseguire il ritmo per diventarne davvero il punto di riferimento.
M° Leonardo D’Angelo

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