
Chiunque abbia mai provato a suonare una poliritmia sa che non è solo una questione di “sentire” il tempo. Quando due mani — o due piedi, o tutto il corpo — devono convivere nello stesso spazio temporale eseguendo figure diverse, spesso una pari e una dispari, il cervello entra in modalità palestra cognitiva. Altro che automatismi: è logica pura sotto steroidi ritmici. Per noi batteristi questa sfida è un mix esplosivo di fascino e frustrazione, amore e odio, disciplina e caos controllato.
La tentazione più comune è affrontare tutto “a orecchio”, sperando che prima o poi il corpo capisca da solo. A volte funziona, certo. Ma spesso è come cercare di montare un mobile dell’ Ikea senza istruzioni: prima o poi regge, ma quanta fatica inutile. Ed è qui che entra in scena la matematica, non come nemica fredda e distante, ma come alleata silenziosa.
Dietro ogni ritmo complesso si nasconde una struttura numerica precisa. Non è un’opinione, è un fatto. Il tempo musicale è divisione, proporzione, ciclo. Quando comprendiamo questa struttura, le poliritmie smettono di essere mostri mitologici e diventano mappe leggibili. E succede una cosa curiosa: più il meccanismo è chiaro, più il risultato finale suona libero, naturale, musicale.
Prendiamo il classico 3 contro 2, la madre di tutte le poliritmie. Una mano suona tre colpi equidistanti nello stesso arco di tempo in cui l’altra ne suona due. Se ci affidiamo solo all’istinto, i colpi tendono a scivolare, a rincorrersi, a perdere allineamento. Ma se guardiamo il rapporto numerico — 3:2 — la nebbia si dirada. Il minimo comune multiplo tra 3 e 2 è 6. Questo significa che entrambe le figure convivono dentro un unico ciclo diviso in sei unità minime.

Improvvisamente tutto si incastra: la figura in due colpi cade ogni tre unità, quella in tre colpi ogni due. Non c’è più confusione, solo geometria del tempo. Ogni accento ha una casa precisa, ogni colpo una funzione. Il cervello smette di inseguire e inizia a prevedere. E quando puoi prevedere, puoi anche rilassarti.

Da qui il gioco si fa serio — e divertente. 4 contro 3: dodici unità comuni. 5 contro 4: venti. 7 contro 5: trentacinque. I numeri crescono, sì, ma non è un’escalation fine a se stessa. Ogni combinazione è un piccolo laboratorio sonoro in cui la matematica organizza lo spazio e la musica gli dà senso. Non stiamo facendo calcoli mentre suoniamo: stiamo costruendo fondamenta solide su cui poi ballare.
C’è anche un aspetto neurologico affascinante. Studiare le poliritmie in modo consapevole allena il cervello a gestire informazioni parallele, a separare e integrare allo stesso tempo. È coordinazione, sì, ma anche attenzione, memoria, previsione. In pratica: palestra per il sistema nervoso centrale, con in più il bonus di suonare meglio.
Quando inizi a suonare una poliritmia, non stai semplicemente facendo “due ritmi insieme”. Stai mettendo il tuo cervello in una situazione che lo costringe a diventare più intelligente, più veloce, più… elastico. È un po’ come quando ti chiedono di parlare e camminare allo stesso tempo, ma a livelli più sottili, più interni. Non è solo un gesto: è un sistema.
Immagina il cervello come una stanza piena di persone che parlano. Ogni arto ha la sua conversazione: la mano destra racconta una storia, la sinistra ne racconta un’altra, i piedi hanno la loro trama. In una poliritmia, quelle conversazioni non si fondono in un unico discorso. Rimangono separate, autonome, eppure devono convivere nella stessa stanza senza pestarsi i piedi. E tu, senza che nessuno te lo dica, diventi il moderatore di quel caos. Non un moderatore qualsiasi, ma uno che deve ascoltare tutto, capire chi parla quando, e fare in modo che il risultato finale sia una frase sensata.
È qui che entra la vera magia: il cervello impara a separare e integrare nello stesso istante. È come se imparasse a tenere due fili in mano senza confonderli, e allo stesso tempo a vedere il disegno che quei fili stanno creando. Non è solo coordinazione, è una forma di attenzione più raffinata. L’attenzione non è più un faro che illumina una cosa sola: diventa un sistema che può distribuire energia mentale su più punti, senza perdere il controllo.
E poi c’è la memoria. Non la memoria “da studente”, quella fatta di parole e di ripetizioni, ma una memoria diversa, più profonda. Il cervello impara a ricordare una struttura, un rapporto. Non ricorda “quattro colpi e poi tre”, ma la relazione tra i tempi, la geometria del ritmo. È una memoria che somiglia a quella che usi quando ti muovi in un posto nuovo: non ricordi ogni dettaglio, ma capisci la mappa, il senso del percorso. La poliritmia ti insegna a memorizzare la forma del tempo.
E mentre fai tutto questo, succede qualcosa di ancora più interessante: il cervello comincia a prevedere. Non stai solo reagendo al presente, stai già sentendo il futuro. Quando suoni, sai prima di arrivarci dove finirai, come si ricongiungeranno i due pattern, dove si incroceranno. È come se il tuo cervello diventasse un piccolo previsore temporale, un algoritmo biologico che calcola in anticipo. Questa è una delle capacità più potenti che abbiamo: non vivere solo nel momento, ma anticipare il prossimo.
E poi, quando la poliritmia diventa un gesto fluido, succede una cosa che può sembrare paradossale: il tuo cervello, che all’inizio era un campo di battaglia, diventa una macchina più calma. La complessità, quando la domini, ti rende più sicuro. E quella sicurezza si traduce in groove, in fraseggio, in presenza musicale. Non stai suonando meglio perché sei più “tecnico”. Stai suonando meglio perché il tuo cervello è più abile a gestire il tempo, a prevedere, a mantenere la concentrazione, a non farsi distrarre.
In fondo, le poliritmie sono una palestra per il sistema nervoso centrale. Una palestra che non ti allena solo le mani, ma ti allena a essere più lucido, più stabile, più presente. E mentre il cervello cresce, tu suoni più libero. Come se, suonando quei ritmi intrecciati, stessi allenando anche la tua capacità di vivere nel presente senza perdere la direzione.
Il punto chiave, però, è non fermarsi al numero. Il numero è solo un modo per mettere un cartello sulla porta: “qui c’è qualcosa da capire”. Ma la poliritmia non vive nel cartello, vive nella stanza. La matematica è la mappa, non il territorio. Ti serve per orientarti, per capire dove sei, per non perderti, per dare un senso a quello che sembra caos. È lo strumento con cui il cervello si mette in fila, ma non è la musica.
All’inizio, quando ti avvicini a una poliritmia, è naturale restare attaccati ai numeri. Il 3 contro 2, il 5 contro 4, il 7 contro 8: diventano delle formule che ripeti come un mantra. È come imparare una lingua straniera studiando la grammatica. Funziona, ma non è ancora parlare. La mente si aggrappa al numero perché è rassicurante: se riesco a contare, allora sono “bravo”. Ma è proprio qui che si rischia di restare intrappolati nel mondo degli esercizi, dove tutto è perfetto e niente vibra.
Perché la poliritmia, nella sua essenza, non è un problema da risolvere. È un’esperienza da vivere.
La matematica ti dà la struttura, ti dà la bussola. Ti insegna a vedere che due ritmi diversi non sono nemici, ma linee parallele che possono coesistere. Ti aiuta a capire che esiste un punto in cui si ricongiungono, una specie di “momento di verità” in cui il tempo si riallinea. Ma poi arriva un momento in cui devi lasciare la bussola in tasca e continuare a camminare con i tuoi piedi.
Serve interiorizzarla, dimenticarla, trasformarla in respiro.
Ecco la differenza: quando suoni una poliritmia contando mentalmente, la tua attenzione è divisa tra il gesto e il conteggio. È come camminare guardando i piedi. All’inizio è utile, ma non è elegante. Quando la poliritmia smette di “contarsi” e inizia a fluire, allora diventa linguaggio musicale vero, non esercizio accademico.
Il ritmo, a quel punto, non è più un problema da risolvere: è una scelta. Una scelta espressiva. È come quando smetti di leggere le note e inizi a cantare. La musica diventa qualcosa che abiti, non qualcosa che decodifichi.
E quando arriva quel momento, succede una cosa strana: ti accorgi che non hai più bisogno di pensarci. È come se la poliritmia fosse sempre stata dentro di te, come una lingua che hai imparato senza accorgertene. La matematica è stata solo la porta d’ingresso, la parte noiosa e necessaria. Poi, una volta dentro, la musica prende il controllo.
La poliritmia diventa respiro perché il tempo smette di essere un concetto e diventa un movimento. Diventa una sensazione. Un’energia che scorre. Un’idea che prende forma.
E lì, finalmente, la poliritmia non è più un esercizio da batterista. È una forma di pensiero. Un modo di ascoltare il mondo. Un modo di dire: “posso tenere più di una verità insieme, e farle suonare come se fosse una sola.”
Perché la vera differenza non è saper contare, ma saper sentire.
E quando senti, la musica diventa vita.
M° Leonardo D’Angelo

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