
Ci sono serate che non tornano.
Serate che ti entrano dentro come un chiodo e non le togli più.
La mia è successa a New York, quando ero un ventenne che si giocava tutto sulla musica. Ero lì con la mia band per mixare un disco autoprodotto negli studi GRP. Una follia giovane, più grande di noi. Ogni giorno entravamo in studio col fiato corto, cercando di rubare più esperienza possibile e di sbagliare il meno possibile.
La nostra mappa erano i quotidiani locali. Li sfogliavamo ogni mattina per trovare concerti, jam, posti veri. New York non ti serve la musica su un vassoio: te la devi andare a prendere.
E un giorno, tra gli annunci, vedo una riga che mi ferma il cuore: Petrucciani – Jackson – Gadd.
Io esplosi. Perché sì, lo ammetto: io ero lì per Gadd.
Il mio faro. Il motivo per cui avevo preso le bacchette in mano.
Il mio pensiero fisso da anni.
Ovviamente ci andai.
Il locale era uno di quei posti tipici di Manhattan: rumoroso, pieno, con gente che mangia mentre sul palco succedono miracoli silenziosi che nessuno nota davvero. New York ha questa abitudine strana di considerare “normale” anche ciò che dovrebbe essere sacro.
E poi sale lui.
Michel Petrucciani.
Piccolo, fragile, un corpo che sembrava sfidare l’idea stessa di forza.
Ma bastò il primo tocco sui tasti e tutto il resto evaporò: dolore, limiti, fisicità.
Il pianoforte diventò il suo vero corpo.
La musica, la sua direzione naturale.
E in quel momento mi è arrivata addosso una verità semplice e feroce: Petrucciani non suonava “nonostante tutto”.
Suonava a causa di tutto.
E suonava ad ogni costo.
Gadd — il mio Gadd — era una lama precisa.
Jackson scolpiva frequenze come se fossero materia viva.
Ma il centro magnetico della serata, quello che teneva insieme il tempo, l’aria, la sala intera… era lui: Petrucciani.
Un uomo che non si è mai seduto a negoziare coi suoi limiti.
Li ha trasformati in carburante.
Intorno continuavano a servire pollo fritto, birre, dessert.
Per New York era routine.
Per me, una rivelazione.
Perché quella sera ho visto cosa significa davvero vivere la propria passione:
non come hobby, non come parentesi, non come “se ho tempo”.
Ma come identità.
Come destino.
Come una promessa che rinnovi ogni giorno, anche quando pesa e brucia.
Sono uscito dal locale con una certezza che non mi ha più abbandonato:
se una cosa vale davvero, non la vivi a metà.
Non la tratti da lusso, non la tieni in standby.
La difendi. La insegui. La costruisci.
La vivi ad ogni costo.

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