
Negli ultimi tempi sto vedendo una cosa molto bella succedere tra i miei allievi: diversi di loro stanno iniziando a suonare in una band.
Per chi insegna musica è uno di quei momenti che fanno sorridere. Fino a quel punto lo studente vive ancora dentro una dimensione protetta: la stanza di studio, il metronomo, gli esercizi, le lezioni. Tutte cose fondamentali. Ma prima o poi arriva il passaggio successivo. La prima sala prove con altri musicisti. Il primo repertorio da preparare insieme. La prima volta in cui bisogna far funzionare davvero la musica con altre persone. Ed è lì che cambia tutto.
Studiare da soli è necessario. Prendere lezioni è importante. Ma la musica comincia davvero quando ci sono altri esseri umani nella stanza e bisogna far respirare gli strumenti insieme. Quando il tempo non è più soltanto quello del metronomo, ma diventa qualcosa di condiviso. Qualcosa che si costruisce ascoltando gli altri.
Quando ho iniziato a suonare, la mia regola era una sola: suonare ovunque fosse possibile. Non importava il contesto. Feste, piccoli locali, situazioni improvvisate, serate organizzate all’ultimo momento. Ogni occasione per salire su un “palco” era una benedizione. Non stavo lì a chiedermi se fosse il progetto perfetto o il concerto ideale. Volevo semplicemente suonare.
E le situazioni a volte erano davvero essenziali. Nella mia primissima band, per esempio, non avevo ancora una batteria. Suonavo con un rullante e un piatto ride. Fine della strumentazione. E con quella “batteria minimalista” andavamo ad allietare le serate nei centri anziani del quartiere. Il mio primissimo ingaggio è stato proprio così: rullante, ride e tanta voglia di suonare.
Poi ci sono stati altri periodi in cui provavamo dove capitava. Con alcuni amici avevamo trovato ospitalità nella sezione di quartiere di un partito politico. Non era esattamente uno studio di registrazione, ma per noi era uno spazio dove poter fare musica insieme, e questo bastava.
E poi c’era tutta la logistica, che quando si è giovani diventa quasi un’avventura. Autobus presi con il borsone pieno di pezzi di batteria. Piatti da una parte, pedale dall’altra, bacchette infilate ovunque. Arrivare in sala prove già mezzo stanchi, montare tutto, suonare per ore, e poi rifare il viaggio al contrario.
Col tempo arriva anche un altro passaggio tipico nella vita di una batterista e di una band: la ricerca del posto dove studiare e provare. All’inizio sono garage o cantine condivise con altri musicisti. Spazi arrangiati, amplificatori accatastati, batterie smontate negli angoli. Poi, quando le cose iniziano a diventare più serie, arriva la conquista più ambita: uno spazio tutto vostro. Un posto stabile dove studiare e la band può ritrovarsi, lasciare gli strumenti montati, costruire davvero il proprio suono.
Guardando indietro, tutte queste situazioni erano una scuola incredibile. Ogni palco, ogni sala prove improvvisata, ogni concerto insegnava qualcosa: il tempo, l’ascolto, la capacità di adattarsi, persino la gestione delle persone. Sono tutte cose che nessun esercizio può simulare davvero.
È anche per questo che, quando vedo un allievo entrare nella sua prima band, mi viene sempre da dirgli la stessa cosa: non aspettare la situazione perfetta. Non aspettare il progetto perfetto. Suona! Perché ogni esperienza dal vivo, anche la più piccola, lascia qualcosa. A volte è una lezione musicale. A volte è una lezione umana. Spesso sono entrambe le cose. Ed è proprio così che si cresce davvero come musicisti.
Allo stesso tempo cercavo di nutrire la mia curiosità musicale in ogni modo possibile. Oltre alle lezioni, passavo moltissimo tempo ad ascoltare musica e a studiare i miei batteristi preferiti. Non mi limitavo ad ascoltare i dischi: cercavo di trascrivere le loro parti, di capire cosa stesse succedendo davvero dentro quei groove. Era un modo per entrare nella testa di chi suonava prima di me. Questo tipo di studio è lento, a volte faticoso, ma insegna una cosa fondamentale: nella musica i dettagli fanno la differenza.
Poi arriva la realtà della band. Suonare insieme ad altre persone è meraviglioso, ma bisogna essere onesti: gli equilibri di una band sono sempre molto delicati. Dentro un gruppo convivono personalità diverse, visioni diverse, ambizioni diverse. E spesso anche una discreta quantità di ego. È inevitabile. In fondo chi decide di salire su un palco e mettersi davanti a un pubblico ha sempre una certa dose di ego. Fa parte del gioco. Il problema nasce quando l’ego smette di essere un motore creativo e diventa un ostacolo.
Nella vita delle band si incontrano un po’ tutti i tipi umani. Per esempio i cantanti. Diciamolo con affetto: spesso sono affetti da un certo egocentrismo. In fondo se non avessero una forte personalità da frontman probabilmente non farebbero i cantanti. Ma a volte la cosa può sfuggire di mano. Ricordo una cantante, in particolare, che aveva sviluppato una teoria curiosa: noi eravamo “i suoi musicisti”. Proprio così. Una specie di proprietà privata. Guai a suonare con altri progetti. Guai ad avere altre collaborazioni. Come se la nostra vita musicale dovesse orbitare esclusivamente intorno a lei.
Poi ci sono le filosofie artistiche un po’ radicali. Una volta mi è capitato anche un chitarrista molto idealista che sosteneva con grande convinzione che la musica non dovesse essere pagata. Secondo lui la musica è arte, e l’arte si fa solo per passione, mai per denaro. Un pensiero nobile, se vogliamo. Il problema è che poi arrivano le bollette, l’affitto, la vita reale. E a quel punto qualcuno deve pur pagare il conto.
Un’altra figura che prima o poi si incontra è il giovane predestinato. Quello che, grazie alla famiglia o all’ambiente che lo circonda, sa già che diventerà un cantautore famoso. Ti parla con un certo distacco, quasi con sufficienza. Però curiosamente continua a chiamarti per suonare nei suoi progetti.
E poi esiste una categoria molto diffusa nel mondo musicale: i musicisti con il curriculum leggendario. Persone che raccontano di collaborazioni incredibili, tournée memorabili, esperienze straordinarie. Poi però arriva il momento della sala prove o del palco… e la realtà si incarica di ridimensionare parecchio la narrazione.
Tutte queste situazioni fanno parte della vita reale delle band. Non bisogna scandalizzarsi. È semplicemente la natura umana che entra nella musica.
Anche a me, nel corso degli anni, è capitato di lasciare una band. Non per litigi personali o drammi particolari, ma per divergenze sugli obiettivi. A volte succede semplicemente questo: le persone iniziano a voler andare in direzioni diverse. Qualcuno vuole fare musica per hobby, qualcun altro vuole provare a farne una professione. Qualcuno vuole suonare tanto dal vivo, qualcun altro preferisce lavorare solo sui propri brani. Quando queste visioni diventano troppo distanti, continuare insieme diventa difficile. Fa parte del percorso.
Proprio per questo, quando vedo i miei allievi iniziare l’avventura di una band, mi sento di dare alcuni consigli molto semplici, ma fondamentali. Arrivate preparati alle prove. Ascoltate davvero gli altri musicisti. Siate affidabili: la puntualità, la serietà e il rispetto degli impegni contano più di quanto si pensi. E soprattutto ricordatevi sempre perché avete iniziato.
La vita di una band può essere una delle esperienze più belle che un musicista possa vivere: prove infinite, concerti, discussioni accese, risate, viaggi, notti passate a parlare di musica. Tutto mescolato insieme. Ma quando succede quella magia — quando quattro o cinque persone iniziano davvero a respirare nello stesso tempo — allora accade qualcosa di speciale. Nasce un suono che nessuno di loro, da solo, potrebbe creare. Ed è proprio in quel momento che la musica diventa davvero viva. E se riuscite a trovare quel respiro condiviso, anche solo per un minuto, allora saprete davvero cos’è suonare insieme.
M° Leonardo D’Angelo

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