Il tempo biologico della tecnica

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Perché il corpo deve “sbagliare a lungo” prima di suonare bene.

Quando si parla di apprendimento alla batteria, si tende a cercare scorciatoie: quante lezioni servono, quanto tempo ci vuole, quando “viene naturale”.

Quasi nessuno parla del punto centrale: il corpo ha bisogno di attraversare una fase scomoda.
Una fase fatta di: rigidità
lentezza
imprecisione
frustrazione.

Questa fase non è un errore del percorso.
Non è un segnale che il metodo non funziona.
È esattamente il metodo.


Suonare la batteria è un processo neuromuscolare complesso. Ogni gesto tecnico nasce da un dialogo continuo tra cervello, sistema nervoso e muscoli. Questo dialogo, all’inizio, è rumoroso, inefficiente, disordinato. Ed è giusto che lo sia.


Quando si introduce un nuovo gesto tecnico, il corpo reagisce irrigidendosi.
La lentezza compare perché il sistema nervoso sta ancora “mappando” il movimento.
L’imprecisione è il tentativo del cervello di esplorare soluzioni.


La frustrazione nasce dal divario tra ciò che si immagina e ciò che il corpo riesce a fare.
Questa fase è inevitabile.
E soprattutto: non è comprimibile.
Capire un gesto richiede poco tempo.
Stabilizzarlo richiede ripetizione.
Integrarlo richiede attraversare questa zona grigia senza scappare.


Il vero problema didattico nasce quando questa fase viene vissuta come un fallimento.
Quando l’allievo pensa: “se è rigido, lento e impreciso, allora sto sbagliando”.
In realtà sta facendo esattamente quello che il corpo deve fare per imparare.
Un gesto tecnico non diventa tuo quando riesci a farlo una volta.
Diventa tuo quando: – smette di irrigidirti
– non crolla se cambi contesto
– resiste alla velocità
– sopravvive alla distrazione.


Prima di quel momento, il gesto è fragile. E la fragilità non è un difetto, è una fase di costruzione.
Molti cercano di saltare questa fase.
Vogliono suonare subito veloce, fluido, “naturale”.
Ma il naturale arriva solo dopo l’innaturale.
La tecnica deve essere forzata, scomoda, instabile per un lungo periodo.
Chi non accetta questo passaggio non accelera l’apprendimento: lo rende instabile.


Qui entra in gioco un altro equivoco diffuso: pensare che la lezione possa sostituire il tempo biologico.
La lezione indirizza, corregge, chiarisce.
Ma la trasformazione avviene tra una lezione e l’altra, nella ripetizione quotidiana, nella convivenza con quella rigidità iniziale.


C’è infine un banco di prova che non perdona: la registrazione.
Il microfono non giudica, ma rivela.
Se un gesto non ha superato quella fase di sedimentazione, in studio emerge subito la sua fragilità.
E allora il punto diventa chiaro:
Il corpo deve attraversare rigidità, lentezza, imprecisione e frustrazione
perché sono il prezzo biologico della padronanza.
Accettare questa fase non significa rassegnarsi.
Significa lavorare nel modo giusto, al tempo giusto.


La batteria non è una gara contro il tempo.
È un processo di incarnazione.
E il corpo, quando gli si dà il tempo necessario, non sbaglia mai.

M°Leonardo D’Angelo

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