Il jazz non se ne va mai

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Puk Quintett

Ho iniziato a studiare batteria nella seconda metà degli anni Ottanta, quando a Roma il jazz e la fusion non erano un genere: erano l’aria che si respirava. Erano gli anni di Steve Gadd, di Pat Metheny, di Jaco Pastorius, di Miles Davis. Nei locali si passava con naturalezza dal jazz alla fusion, e i musicisti che suonavano la sera erano spesso gli stessi che il giorno dopo ritrovavi dietro una cattedra, nelle scuole di musica. Fabio Mariani, Massimo Fedeli, Massimo Morriconi, John Arnold, Giovanni Lo Cascio… nomi che allora erano presenze quotidiane, non “miti”.
Il mio primo approccio alla batteria è stato tutto fuorché casuale. Studiavo con il mio amico Nicola, che mi diede i primi esercizi e fece una cosa che oggi sembra preistoria ma che allora era fondamentale: mi registrò una musicassetta. Una compilation di musica che dovevo ascoltare. Nessun algoritmo, nessuna playlist furba. Ascolto obbligato. Educazione dell’orecchio prima ancora delle mani.
Poco dopo mi iscrissi alla mia prima vera scuola di musica: la Lab 2. Stava vicino Campo de’ Fiori, dentro l’Arco degli Acetari. Una scuola sotterranea in senso letterale: per arrivare alle aule bisognava scendere due rampe di scale, dentro una cantina-grotta senza finestre, sotto uno dei palazzi del cortile. Un posto che oggi verrebbe chiuso per direttissima, ma che allora era un tempio. Tutto, lì dentro, era impregnato di jazz.
Il corso di batteria, tenuto da Mario Paliano, non faceva eccezione. Il mio primo vero linguaggio sulla batteria è stato jazzistico. Appena ebbi le basi per suonare in un gruppo, entrai nel laboratorio di improvvisazione jazz. Fu lì che conobbi musicisti che, col tempo, si sarebbero rivelati importanti per il mio futuro. Musicale e umano. Perché il jazz, prima di essere musica, è un sistema di relazioni.
Dopo l’esperienza alla Lab 2, su consiglio di Massimo Fedeli, mi rivolsi a Giovanni Lo Cascio, fresco di ritorno da Berklee. Con lui si aprì un orizzonte diverso: jazz elettrico, fusion, una visione più ampia del ruolo della batteria. Poi arrivò il Timba, nella sua prima sede, e il corso di John Arnold. Un grande batterista americano, un innovatore nel jazz contemporaneo. A quel punto il percorso era chiaro: concerti, dischi, ascolti. Tutto gravitava intorno al jazz.
Il mio inizio, insomma, è stato totalmente all’insegna del jazz. E per molto tempo l’ho considerato una musica “totale”, completa, quasi definitiva. Finché non ho incontrato Giorgio Zainer.
Zainer era un batterista jazz che teneva un corso all’Accademia di Musica Moderna di Milano, a cui partecipavo. All’inizio del corso disse una frase che mi si è incastrata nella testa e non se n’è più andata:
“Il jazz è una musica semplice.”
Semplice. Non facile. Semplice.
Disse che il jazz non ha bisogno di virtuosismi, ma di anima e di groove. E lì qualcosa si è ribaltato. Anni di studio, di complessità, di ricerca della “cosa giusta da suonare”, improvvisamente messi sotto una luce diversa. Il jazz non chiedeva di dimostrare. Chiedeva di sentire. Di stare dentro il tempo. Di ascoltare davvero.
Infatti il jazz non è una gara di intelligenza. È una prova di onestà. Ti mette davanti a quello che sei, a come respiri, a come stai con gli altri. Se non hai groove, non c’è cultura che tenga. Se non hai anima, la tecnica resta muta.
Il mio percorso musicale poi ha preso altre direzioni. È naturale. Succede. Dopo anni passati a suonare pop, funk e altre musiche, e dopo il percorso in conservatorio che mi ha spalancato le porte di un mondo completamente diverso come quello della musica classica, il jazz è tornato nella mia vita. Non con l’urgenza giovanile degli inizi, né con la pretesa di essere “tutto”. È tornato in una forma diversa, più matura, più consapevole. È tornato attraverso la musica di Claude Bolling.
Bolling è stato un ponte. Tra scrittura e improvvisazione, tra rigore e leggerezza, tra classico e jazz. Suonare la sua musica mi ha fatto capire una cosa semplice e potente: il jazz non se ne va mai davvero. Cambia pelle, cambia linguaggio, cambia funzione. Ma resta lì, come un modo di pensare prima ancora che di suonare.
Oggi so che il jazz non è stato solo il mio punto di partenza. È stato un allenamento alla profondità. Mi ha insegnato l’ascolto, il rispetto dello spazio, il valore del tempo condiviso. Anche quando la mia strada mi ha portato altrove, quelle lezioni sono rimaste operative, silenziose, decisive.
Forse Giorgio Zainer aveva ragione fin dall’inizio. Il jazz è una musica semplice. Serve anima. Serve groove. Serve verità. Tutto il resto è ornamento.
E quando, dopo tanti giri, lo ritrovi sotto una forma nuova, capisci che non stavi tornando indietro. Stavi chiudendo un cerchio. Ma il jazz non se n’è mai andato davvero. È rimasto come grammatica profonda, come bussola. Anche quando non lo suoni, il jazz ti guarda. E ti giudica in silenzio.
Ed è giusto così.