
Lunedì 22 dicembre 2025 non è andato in scena un semplice saggio. È andata in scena una scelta. La scelta di salire su un palco e portare con sé quello che normalmente resta chiuso tra quattro mura: studio, dubbi, ostinazione, gioia. Alla Groove Master Drum School il saggio è questo: il momento in cui la lezione smette di essere privata e diventa responsabilità condivisa.
C’è un filo invisibile che unisce tutti gli allievi saliti sul palco. Non è lo strumento, non è il brano che hanno scelto, è qualcosa di più grande: il bisogno di esprimere se stessi attraverso la musica. L’urgenza di esprimersi, di comunicare, di sentirsi vivi. Ognuno a modo suo, con la propria voce, il proprio ritmo, il proprio gesto, la propria storia. Sul palco quel filo diventa reale: lo vedi nei movimenti delle mani, nella postura dei corpi, negli sguardi concentrati, nei respiri che seguono lo stesso ritmo. È il filo che unisce chi suona e chi ascolta, che trasforma ogni nota in presenza, ogni pausa in ascolto, ogni gesto in dialogo. È quello che rende ogni saggio un momento vero, uno spazio dove incontrarsi, scoprirsi, essere autentici. La musica diventa ponte tra le persone e specchio dell’anima che batte dentro ognuno di noi.
Il viaggio comincia con Enrico, sei anni, da poco ha iniziato a prendere lezioni, ma il ritmo ce l’ha addosso da sempre, lo respira crescendo, anno dopo anno, tra i tamburi della Notte della Taranta, dove i genitori lo portano a sentire musica prima ancora di capirla. È un fan di Achille Lauro, ma per il saggio ha scelto Jingle Bells Rock. Mani piccole e grande concentrazione. Quando si dice che il tempo non ha età, lui lo dimostra, e la sua energia diventa contagiosa.
Poi Sergio, settantacinque anni. La musica lo accompagna da una vita, ma per anni è rimasta lì, sospesa, sacrificata a un lavoro che lo portava in giro per l’Italia. In pensione ha deciso di riprendersi tutto: una passione alla volta, senza fretta. Tra queste, la batteria. Sul palco Smooth Criminal di Michael Jackson. E accanto a lui, a ballare, il nipotino di tre anni. In quel momento il tempo non era solo musicale: era un cerchio generazionale che si chiude.
Dall’immediatezza di Enrico e la presenza di Sergio emerge Lorenzo, sedici anni, che vive la musica come urgenza. Green Day e Queen non sono band: sono mappe, territori che conosce a memoria. Jesus of Suburbia non è un brano facile, né breve, ma quando Lorenzo lo suona, non porta solo note: porta mondi interi, costruiti pezzo dopo pezzo, battito dopo battito. La sua immersione totale trascina chiunque lo guardi, dimostrando che la musica può essere casa e avventura allo stesso tempo.
Se Enrico e Lorenzo portano energia e urgenza, Emily, dodici anni, mostra come ordine e precisione possano trasmettere la stessa intensità. Ha ripreso a suonare da pochi mesi, eppure il suo approccio alla musica parla già chiaro: ordinata, precisa, attenta. Ma la precisione non le toglie calore. In Believer degli Imagine Dragons, ogni battito della batteria mostra controllo, eppure trasporta chi ascolta, catturando energia e emozione. Emily dimostra che rigore e passione non sono opposti: possono convivere, basta saperli armonizzare.
Dopo la precisione di Emily, Giuseppe, farmacista sulla cinquantina, porta sul palco anni di esperienza e passione per il jazz. È proprio parlando con lui al bancone della farmacia che Sergio ha deciso di iniziare a studiare batteria. Le passioni si trasmettono così, nei luoghi più impensati. Sul palco, Giuseppe ha suonato uno standard jazz, improvvisando piccoli soli, e ci ha ricordato che la musica è un dialogo vivo, nota dopo nota, tra chi suona e chi ascolta.
Con un passo diverso da Giuseppe, Armando, quindici anni, esplora la musica con curiosità e energia senza confini. La sua passione smisurata si manifesta in Toxicity, che scuote la sala e chi lo ascolta. Non si limita alla batteria: imbraccia la chitarra con la band di Miki e Davide, dimostrando una musicalità che non conosce confini.
Mentre Armando porta movimento e voglia di esplorare, Dario, anche lui sulla cinquantina, restituisce il palco a chi cerca dedizione e costanza. Frequenta la scuola da anni, in modo discontinuo, ma da quando ha ripreso con continuità qualcosa è cambiato. Grande amante della musica dal vivo, ha riportato quell’energia anche nello studio. Uptown Funk è stata la fotografia di questa nuova fase: più dedizione, più presenza, risultati che iniziano a parlare da soli.
Accanto alla dedizione di Dario, Michele, nove anni, mostra come crescere in una famiglia di musicisti costruisca consapevolezza e divertimento insieme. I progressi sono evidenti, ma non sorprendenti: l’anno scorso era sul palco con mamma, papà e sorella. Quest’anno ha scelto due brani travolgenti, Bla Bla Bla e Soda Pop. Energia pura, ma con una consapevolezza che non è più da “piccolo”.
Dallo slancio di Michele, il palco accoglie Kübra, vent’anni, che porta carica e presenza totale. Da Istanbul a Roma per una specializzazione in architettura, ha suonato Do I Wanna Know, e poi ha cantato con Miki In Bloom dei Nirvana. Batteria e voce, senza mezze misure, la sua energia scuote la comunità della scuola.
A seguire, Michela, per tutti Miki, quarant’anni, mostra che la musica non ha età e che la passione può essere condivisa icon una band. La musica l’ha sempre accompagnata, soprattutto quella più “muscolare”, fisica. Per il saggio ha messo insieme una band: Kübra alla voce, Armando alla chitarra, Roberto al basso per il pezzo dei Nirvana In Bloom. Non un esperimento, ma una scelta: stare dentro la musica, insieme.
Tra i veterani, Fabrizio, quindici anni, mostra come talento e simpatia possano convivere con la tensione del palco. Padronanza dello strumento solida con il brano di Adele Rolling in the deep, e la sua più grande sostenitrice sempre in prima fila: la mamma, che ama la musica e canta.
Se Fabrizio incarna esperienza e sicurezza, Federico, quattordici anni, porta un talento naturale per le melodie e la musicalità più sottile. Quando si siede alla batteria cambia postura, cambia sguardo. Ogni brano epico diventa la sua arena. Creep non è stata solo suonata: è stata abitata.
Dal talento di Federico emerge Davide, quindici anni, che vive la musica con corpo, mente e anima. È solo al suo secondo anno di scuola, eppure i progressi si vedono a occhio nudo. Sul palco, con Welcome to the Black Parade, dà tutto prima da solo e poi con la sua band: ogni nota trasporta, ogni gesto comunica, ogni respiro racconta quanto sia cresciuto. L’energia è totale, la passione palpabile, e chi lo ascolta non può fare a meno di sentirsi coinvolto.
Infine, Damiano, quindici anni, chiude il racconto con stabilità e sicurezza dietro i tamburi. Capacità musicali innate, soprattutto per la batteria. Dalle prime lezioni ha mostrato sicurezza e ascolto. Anche quest’anno sul palco con la sua band, quella solidità fa respirare tutti gli altri.
Alla fine, ciò che resta chiaro non è il susseguirsi di brani o il colore dei timbri: è la musica come specchio dell’individuo e come spazio di liberazione. Suonare uno strumento non è solo riprodurre note, è scoprire il proprio respiro, il proprio ritmo, la propria forza creativa.
Ogni gesto diventa espressione, ogni scelta musicale diventa voce, ogni errore diventa possibilità di crescita. Lo studio della musica insegna a conoscersi, a misurare pazienza e determinazione, a trasformare l’ansia in slancio, la timidezza in presenza, la rabbia in energia. È un laboratorio di sé, dove la tecnica e la sensibilità si incontrano e si completano.
Chi si dedica a questo percorso trova strumenti per ascoltarsi e comunicare, per entrare in contatto con gli altri senza filtri, in un dialogo di emozione pura e autentica. La musica diventa allora il luogo dove l’individuo si scopre, si libera e insieme contribuisce a costruire qualcosa che va oltre se stesso, un flusso condiviso di creatività, energia e vita.

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