
Nella mia fase iniziale di apprendimento ho avuto una grande fortuna: incontrare musicisti che avevano il mio stesso obiettivo. Fare musica. E farla bene.
Sembra una frase semplice, quasi innocente. In realtà è una dichiarazione di intenti piuttosto impegnativa, perché “farla bene” significa prendersi delle responsabilità: verso il tempo, verso il suono, verso chi suona con te.
Per molti anni non mi sono limitato a prendere lezioni da maestri importanti — cosa fondamentale — ma ho anche studiato in modo assiduo e quasi artigianale con il mio amico Alessandro, bassista, conosciuto proprio a scuola di musica. Avevamo in comune qualcosa di preciso: l’amore per una musica che non perdona, che pretende impegno per essere eseguita davvero. Funk, soul, disco anni ’70. Musica in cui, se non sei solido, se non ascolti, se non respiri con gli altri, vieni scoperto nel giro di due battute.
Passavamo ore ad ascoltare dischi. Non per semplice piacere — che comunque c’era — ma per capire. Perché quel groove funzionava? Cosa lo rendeva inevitabile? Come si incastravano basso e batteria? Non era una questione di pattern o di colpi giusti, ma di feel, di micro-dettagli, di spazio condiviso.
Per un periodo si unì a noi anche Lorenzo, chitarrista. Lui e Alessandro avevano vissuto un’esperienza di studio a Los Angeles, negli Stati Uniti, e grazie a loro ho potuto beneficiare, anche se indirettamente, di quell’approccio tipicamente californiano: il groove come fondamento, il tempo come responsabilità personale, il suonare insieme come disciplina prima ancora che come espressione.
Abbiamo spulciato e ricreato meticolosamente una quantità enorme di ritmiche: dalla storia del rhythm and blues fino ad arrivare a mondi più sofisticati come Gino Vannelli. Nessuna scorciatoia. Ogni accento aveva un senso, ogni ghost note un motivo, ogni silenzio un peso specifico.
Io, Alessandro e Lorenzo siamo stati, senza saperlo all’inizio, l’embrione di quello che poi sarebbero diventati gli Adika Pongo. Quel progetto nasceva esattamente da questa filosofia: ricreare il feel giusto di ogni brano eseguito. In quel caso, la dance anni ’70, ma suonata da musicisti veri, con strumenti veri, con rispetto totale per il linguaggio originale. Zero nostalgia, zero pose: solo studio, ascolto e groove.
È stato un periodo di crescita enorme. Un laboratorio continuo fatto di ascolto, confronto e pazienza. Un periodo che negli anni mi ha lasciato un’eredità fondamentale: la capacità di sentire quando un groove funziona e quando no. Non perché “mi piace” o “non mi piace”, ma perché sta in piedi, cammina, respira da solo.
E qui voglio dire una cosa ai miei allievi.
Spero davvero che anche voi troviate i vostri Alessandro e Lorenzo. Persone con cui studiare, ascoltare dischi, sbagliare, discutere, smontare la musica e rimetterla insieme. Perché è lì che si comincia davvero a fare musica. Non da soli nella cameretta, non solo davanti a un esercizio, ma nel confronto continuo con altri musicisti che condividono la stessa fame.
Le mode passano. I tutorial finiscono.
Il feel, quello vero, nasce insieme agli altri.
Ed è una cosa che, una volta trovata, non vi lascerà più.
M° Leonardo D’Angelo

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