
Nella mia esperienza più che trentennale dietro al palco ho avuto la fortuna di accompagnare performer strepitosi come Baruch Chadwick, artisti capaci di catturare il pubblico senza apparente sforzo, trasmettendo un’energia autentica e coinvolgente. Tuttavia, mi capita spesso di assistere a scene meno esaltanti: concerti in cui il pubblico sembra un’entità distante, fredda, quasi come se fosse un muro invalicabile. In questi casi il cantante o il leader della band, invece di prendere il controllo della situazione e creare un ponte emotivo, si ammoscia, si lamenta per la mancanza di partecipazione e spesso sembra quasi aspettarsi che siano gli spettatori a riscaldare l’atmosfera. Riflettendoci, questa dinamica è sbagliata e pericolosa. Se io vado a un concerto, non è certo per dargli energia io, ma per riceverla da chi suona. È una questione di responsabilità artistica: il pubblico resta freddo perché chi sta sul palco non riesce a trasmettere quel “qualcosa in più” che dovrebbe animare la serata.
Questo scambio di energie e emozioni tra performer e pubblico è da sempre al centro degli studi sulla performance. Uno dei maggiori teorici contemporanei in questo campo è Richard Schechner, antropologo e studioso del teatro, che definisce il performer come un “agente di trasformazione” (Schechner, 1988). Secondo Schechner, la performance è un rito collettivo che crea un’esperienza condivisa, trasformando lo spazio e le persone presenti in un momento unico di condivisione emotiva e sensoriale. Il ruolo del performer, dunque, non è solo esecutivo, ma altamente creativo e responsabile: egli deve attivare un “campo energetico” che coinvolga gli spettatori, facendoli uscire dal semplice stato di osservatori passivi per portarli a partecipanti attivi e immersi.
Se il musicista o il cantante sul palco si limita a “fare il suo”, senza sforzarsi di generare questa energia, è inevitabile che il pubblico rimanga freddo, distante e poco reattivo. Questo fenomeno è ben spiegato dal concetto di “presenza scenica”, un termine molto studiato in ambito teatrale e musicale. La presenza scenica non è un dono innato o una qualità misteriosa: è un insieme di competenze comunicative, emotive e corporee che si possono sviluppare e migliorare nel tempo (Barker, 2003). Essere presenti significa essere totalmente coinvolti nel momento presente, trasmettendo attraverso il linguaggio del corpo, il tono della voce, lo sguardo e l’autenticità emotiva un messaggio chiaro e potente al pubblico.
Philip Zimbardo, noto psicologo, ha osservato come la presenza scenica sia una capacità allenabile: “Non è qualcosa che si possiede o meno, ma un’abilità che si affina e si educa, proprio come qualsiasi altra capacità performativa” (Zimbardo, 2007). Un artista sul palco con una forte presenza scenica comunica sicurezza, passione e coinvolgimento, creando un ponte emotivo che fa scattare la scintilla dell’empatia nel pubblico.
Dal punto di vista psicologico, il lavoro di Steven Brown (Brown, 2017) sulla “circolarità dell’energia performativa” è illuminante. Brown sottolinea che la relazione tra performer e pubblico è bidirezionale: il pubblico fornisce energia, ma il performer deve saperla generare internamente e alimentarla costantemente durante la performance. Se il performer si limita ad aspettare che l’energia venga solo dal pubblico, si crea un blocco, un “effetto valvola” che fa spegnere la dinamica dell’interazione. L’energia della performance è come un fuoco: se non la alimenti con costanza, si spegne e lascia freddo chi ti guarda.
A questo punto sorge la domanda pratica: cosa può fare un musicista o un cantante per migliorare questa dinamica? Basandomi sulla mia esperienza e sui contributi della ricerca, ecco alcuni consigli che possono aiutare chi si esibisce live a mantenere alta la tensione emotiva e coinvolgere davvero il pubblico:
- Allenare la consapevolezza corporea: La postura, la respirazione e il controllo del corpo sono fondamentali per comunicare sicurezza. Il lavoro sul linguaggio non verbale, come il contatto visivo, la mimica facciale e i gesti, permette di trasmettere un senso di apertura e fiducia che il pubblico percepisce immediatamente (Kendon, 2004).
- Coltivare l’autenticità emotiva: Non basta “recitare” emozioni, bisogna viverle realmente. Il pubblico sente quando un artista è sincero e coinvolto e questo crea una connessione profonda. Come sottolinea David G. Myers (Myers, 2013), l’empatia è un processo di risonanza emotiva che si attiva solo se chi esegue è autentico.
- Preparare momenti di coinvolgimento attivo: Non affidarsi all’improvvisazione ma pianificare interazioni con il pubblico – invitarlo a cantare, battere le mani, o anche solo rispondere a domande – aiuta a creare un clima di partecipazione e dialogo (Auslander, 2006).
- Gestire le aspettative: Saper accettare che non sempre il pubblico sarà caldo e reattivo è fondamentale per non farsi abbattere. Concentrarsi sull’energia interna e sulla propria performance è la chiave per rompere il ghiaccio e cambiare la dinamica (Csikszentmihalyi, 1990).
- Allenare la resilienza emotiva: Le situazioni difficili fanno parte del mestiere. Imparare a trasformare le difficoltà in sfide stimolanti aiuta a mantenere il focus e a non perdere la motivazione (Kabat-Zinn, 1994).
In conclusione, la performance live è molto più di un’esecuzione tecnica: è un rito di scambio emotivo, energetico e comunicativo. L’artista che sa gestire questa dinamica crea esperienze memorabili, trasformando ogni concerto in un momento unico di condivisione. Se il pubblico resta freddo, la responsabilità è quasi sempre di chi sta sul palco, che deve essere pronto a generare, alimentare e dirigere l’energia emotiva necessaria a fare scattare quella scintilla vitale.
Riferimenti bibliografici
- Auslander, P. (2006). Performing Glam Rock: Gender and Theatricality in Popular Music. University of Michigan Press.
- Barker, J. (2003). Theatre Games: A Creative Approach to Acting. Methuen Drama.
- Brown, S. (2017). The Art of Performance: A Psychological Perspective. Routledge.
- Csikszentmihalyi, M. (1990). Flow: The Psychology of Optimal Experience. Harper & Row.
- Kabat-Zinn, J. (1994). Wherever You Go, There You Are: Mindfulness Meditation in Everyday Life. Hyperion.
- Kendon, A. (2004). Gesture: Visible Action as Utterance. Cambridge University Press.
- Myers, D. G. (2013). Social Psychology (11th ed.). McGraw-Hill Education.
- Schechner, R. (1988). Performance Theory. Routledge.
- Zimbardo, P. (2007). The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil. Random House.

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